Come insegnare inglese in modo inclusivo: 5 buone pratiche con esempi concreti

Insegnare le lingue in modo inclusivo ha una serie di implicazioni, quali:

  • pianificare delle attività collaborative da svolgersi in gruppi di abilità mista e queste attività dovranno avere una buona flessibilità per permettere a tutti di partecipare.
  • creare attività finalizzate allo sviluppo del pensiero linguistico dei bambini, sia di quelli in difficoltà che di quelli avanzati

Decalogo per insegnare inglese in modo inclusivo

Abbiamo provato a stilare un decalogo di principi utile a chi si stia interrogando su come insegnare inglese in modo inclusivo:

  1. Analizza la tua classe, valutando i bisogni formativi, tanto degli alunni “medi” quanto delle “punte”. Lavora su obiettivi il piu’ possibile conciliabili all’interno della medesima attività.
  2. Analizza le difficoltà della porzione di lingua che intendi presentare, con attenzione alle difficoltà di entrata per potere partecipare. Prevedi attività che possano essere accessibili a diversi livelli e fruite con diverse curvature di apprendimento.
  3. Una volta focalizzate le difficoltà della porzione di lingua che vuoi presentare, segmentale. Non vuoi presentare un’attività con troppe difficoltà tutte assieme, meglio spalmare il progetto su piu’ settimane e presentarle in modo graduale per non creare sovraccarichi cognitivi.
  4. Analizza i tempi e le risorse concrete che hai a disposizione, dovresti creare delle uda in linea con i tuoi obiettivi annuali e realizzabili con i materiali che hai a disposizione. Verificalo prima di procedere al dettaglio della programmazione.
  5. Pensa al momento della presentazione del materiale: la tua spiegazione deve esser multisensoriale, multimodale e accessibile anche agli alunni con DSA e BES. Sincerati di avere a disposizione tutti i materiali a te necessari.
  6. Pensa a lezioni con una fortissima parte pratica, incoraggia la partecipazione tramite giochi, sfide e momenti di riflessione condivisa.
  7. Pensa a modelli di monitoraggio dell’efficacia della tua pratica didattica, ideando delle griglie di osservazione del comportamento.
  8. Pensa agli obiettivi specifici dell’attività didattica, sia in termini di conoscennze/competenze che in termini di sviluppo cognitivo e socio-affettivo. Ordina i tuoi criteri e crea dei touch-point di valutazione dei progressi.
  9. Pensa a delle verifiche per le abilità linguistiche, pensando a come farlo in modo unificante (senza verifiche separate) ma con flessibilità (alla stessa verifica si può rispondere a diversi livelli di competenza)
  10. Una volta terminato il progetto, analizza i risultati: sia le grid comportamentali, sia le verifiche linguistiche e pensa a come migliorare (cosa mantenere per gli anni successivi e cosa cambiare)

Modello in 5 passi per l’inglese inclusivo

Un’ulteriore schematizzazione del dialogo può essere riassunta come in questa infografica, che ilustra come tutte queste 5 “punte” siano di uguale importanza:

  1. Analizza la classe
  2. Analizza la lingua
  3. Segmenta il carico cognitivo
  4. Crea attività partecipative
  5. Usa la multisensorialità in modo funzionale

Se sei un docente di inglese alle primarie, sei probabilmente interessato a comprendere i criteri per scegliere il libro di testo, in modo che risponda a questi criteri. Qui trovi la nostra guida al libro di testo adozionale per insegnare inglese alle scuole primarie in modo inclusivo.

Di seguito andremo a dettagliare con esempi concreti proprio queste 5 fasi dell’inglese inclusivo.

Come insegnare inglese in modo inclusivo/ 1: condurre osservazioni preliminari sui discenti

Definire la lingua ed il contesto nel quale esercitiamo i principi della glottodidattica inclusiva ci porta a stabilire degli obiettivi tangibili e misurabili, sulla base dei quali programmare delle attività reali e pianificarne le tappe, i tempi, i modi.

In primo luogo, definire la lingua da insegnare, comporta riflessioni che sono specifiche per quella lingua. La difficoltà infatti non è mai oggettiva, ma dipende dalla distanza linguistica ovvero da quanto la lingua da imparare sia diversa dalla lingua già conosciuta dallo studente.

Per fare un esempio, anche partendo dallo stesso approccio e filosofia didattica:

insegnare l’inglese (lingua germanica a bassa complessità morfologica, con tratti quasi tipici delle lingue isolanti, caratterizzata da un alto numero di suoni linguistici e da un sistema di scrittura opaco)

è sicuramente diverso dall’insegnare l’italiano (lingua romanza ad alta complessità morfologica, caratterizzata da una forte libertà nella posizione delle parti del discorso all’interno della frase e da una fonologia relativamente semplice, nonché una ottima regolarità e trasparenza nel sistema di de/codifica dello scritto)

o il russo (lingua slava a casi, caratterizzata da un’altissima complessità morfologica e una relativa rigidità sintattica, con un sistema fonologico ricco e un alfabeto diverso da quello latino, ma un sistema di lettoscrittura trasparente).

Quindi, in primo luogo per fare una buona glottodidattica è necessario focalizzare le caratteristiche della lingua target e gli elementi di difficoltà per i discenti.

Inoltre, dovremo curarci di osservare le caratteristiche dei nostri alunni, ovvero ragionare su:

  • età dei nostri studenti, e quindi background scolastico, competenze già raggiunte (in ambito linguistico, ma non solo), maturità, tempi di attenzione,
  • contesto e risorse: quanto tempo abbiamo, quali strumenti abbiamo a disposizione, di quanto tempo possiamo disporre, di quanto aiuto (collaborazione tra colleghi o da parte delle famiglie, disposte per esempio a monitorare lo svolgimento di compiti a casa)
  • profilo funzionale (gruppo e punte): quali sono le caratteristiche della nostra classe “in media”, ad esempio: sono cognitivamente avanzati, vengono da ambienti culturalmente stimolanti, hanno un buon profilo di apprendimento….ma anche dobbiamo esaminare quanti e quali studenti BES o con difficoltà abbiamo in classe e verificare quali sono le loro esigenze per permettere loro di trarre vantaggio dall’attività e integrarsi al loro interno, quali sono le loro preferenze e eventuali problematicità a livello comportamentale e cognitivo o esecutivo (tendenza alla frustrazione, comportamento oppositivo, problemi attentivi, labilità nei processi di memoria…)

Queste sono buone pratiche sempre, in ogni contesto scolastico. Clicca qui se vuoi sapere di più sul nostro corso per insegnare inglese alla primaria, nel quale spieghiamo bene come fare queste pianificazioni.

Insegnare inglese in modo inclusivo /2 : analizzare le difficoltà dell’inglese come lingua target per il concreto gruppo di discenti

Andiamo nel concreto: se dobbiamo insegnare inglese ad una classe di italofoni, quali saranno gli aspetti che potrebbero porre una specifica difficoltà?

Ecco un esempio di analisi.

  • Il vocabolario: l’inglese è una lingua germanica e la maggioranza delle sue parole non è trasparente per un alunno italofono (è vero che all’incirca il 20% delle parole dell’inglese ha origine latina e quindi risulta comprensibile, ma si tratta solitamente di parole del registro colto, che non sono frequenti ai livelli principianti)
  • la pronuncia e la comprensione: l’inglese ha 44 suoni fonetici, mentre l’italiano ne ha 30, quindi è un sistema considerevolmente più ricco. Esistono svariati suoni all’interno del sistema fonologico inglese che sono totalmente nuovi per noi italofoni questo significa che potremmo confondere il suono inglese e sostituirlo con il suono italiano (ad esempio “free” al posto di “three“) o non discriminale la differenza funzionale (non sentire che “cheap” e “chip” hanno un suono vocalico diverso). Ho messo assieme “pronuncia” e “comprensione” perché sono ovviamente legati: se nella nostra mente non è chiara la percezione e rappresentazione dei suoni, non saremo in grado di riconoscere le parole in cui ricorrono se non dai contesto, facendo operazioni cognitive molto complesse che sono troppo lente per una buona “listening comprehension”. Per permettere agli alunni di comprendere efficacemente all’ascolto, è necesario fare un lavoro accurato al momento della presentazione e acquisizione delle parole, e questo include anche curare una pronuncia adeguata da subito.
  • la posizione delle parole all’interno della frase: l’inglese è una lingua che usa poco le desinenze, ma proprio per questo non abbiamo una forma che ci permetta di riconoscere al volo un nome da un aggettivo da un verbo. Ad esempio, la parola “comb” è un verbo nella frase “I comb my hair”, è un nome nella frase “This is my comb“, è un aggettivo nella frase “It is a comb shaver”. In inglese, è la posizione in cui una parola appare che ci indica la sua funzione e questo è molto difficile per noi italofoni, perché l’italiano è al contrario piuttosto libero nella posizione delle parole. Questo ha dei riflessi nella sintassi, ad esempio la posizione delle parole è necessaria per segnalare la frase interrogativa rispetto alla frase affermativa (Is it green? vs It is green): anche questo aspetto è problematico per gli alunni italofoni, che non usano lo strumento dell’inversione per segnalare la domanda, se non quando c’è un’enfasi specifica.
  • la lettoscrittura: l’inglese ha un sistema di lettoscrittura opaco e stratificato, nel quale i 44 suoni possono essere trascritti da più di una lettera o combinazione di lettere. Ad esempio, il suono /i:/ può essere trascritto da e, ee, ea, ei, ey, ie, y (we, see, sea, peirce, honey, Annie, happy – e si badi bene che nessuna di queste parole è irregolare! Stanno solo seguendo regole di un sistema molto complesso). Per noi italofoni, abituati ad avere una corrispondenza molto univoca tra suono e lettere, questa è una grande difficoltà!

Una volta focalizzate le difficoltà, dobbiamo sapere che quelli saranno gli aspetti per i quali dovremo elaborare strategie specifiche di insegnamento, particolarmente strutturate. Inoltre, dovremo scindere questi elementi specifici da altre difficoltà e monitorare il carico cognitivo. Ci aspetteremo più errori in queste aree e prevederemo delle strategie ad hoc per correggerli.

Insegnare l’inglese in modo inclusivo/3: segmenta le difficoltà

Una delle cose più importanti da focalizzare per fare una buona glottodidattica inclusiva, è stabilire obiettivi in modo graduale e strutturato.

Uno degli errori (anche sui libri di testo) che si fanno più spesso è stratificare troppi obiettivi, argomenti e difficoltà. Se vogliamo, ad esempio, insegnare un set di vocabolario, procediamo in modo ordinato e distinguiamo l’orale dallo scritto – abbiamo infatti visto nella sezione precedente che lo scritto è una delle difficoltà dell’inglese e le difficoltà saranno da affrontare con strategie specifiche.

Conoscere parole nuove vuole dire connettere i significanti in inglese (ad esempio, le parole bear, giraffe, rabbit) con il concetto degli animali orso, giraffa e coniglio. Si possono fare molte attività per insegnare le parole, per esempio: presentare delle immagini e giocare con le flashcards , oppure usare dei gesti e giocare al gioco dei mimi e poi rinforzare con attività come Simon says (sto facendo esempi volutamente semplici). Scegliete attività che diano ai bambini lo spazio di partecipare ed essere attivi.

Ciò che invece non c’entra con il conoscere queste nuove parole è saperle scrivere. C’è una differenza tra associare la parola bear all’orso e riconoscere la sequenza fonetica /bɛə(r)/ come “nome” del grosso animale peloso, ed essere in grado di scrivere correttamente bear, o fare un esercizio di scrambled letters (riordinando b-r-a-e in bear). Imparare la parola (orale) per orso non implica saperla scrivere, e saperla scrivere non implica l’abilità di orientarsi in una griod di “scrambled letters”.

Queste confusioni portano grande frustrazione nei bambini che imparano (magari con fatica) il suono della parola e non per questo ne memorizzano la scrittura, e qui la debolezza non è dei bambini. Sapere procedere con gradualità è importante, anche perché è inutile sovraccaricare la memoria con diversi compiti di memorizzazione completamente diversi tra loro: si rischia di perdere entrambi gli obiettivi e demotivare tutti.

Se si sta lavorando sulle forme orali , possiamo approfondire quelle: ad esempio, curare la pronuncia, affinché la dizione di “bear” sia corretta e i bambini non confondano il suono di bear con il suono di beer (sarebbe un ottimo obiettivo per tanti adulti). Solo dopo che il dato orale è acquisito, che passeremo ad analizzare lo scritto (ne parleremo in un altro articolo)

Ciò che voglio dire qui è: state attenti a non sovrapporre obiettivi diversi e competenze non assimilabili. Nessuno sta dicendo di fare lezioni superficiali: al contrario, una volta identificata la competenza su cui volete lavorare, approfonditela.

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Insegnare inglese in modo inclusivo/4: attenzione fa rima con partecipazione

Ci sono molte cose che si potrebbero dire sull’attenzione, ma ci limitiamo a 2: la prima è che senza attenzione non ci sono né acquisizione né apprendimento, la seconda è che la maniera più efficace di garantirsi attenzione è trovare delle maniere per includere i bambini nella lezione, farli praticare ed esercitare, possibilmente in modo ludico.

La lezione nella quale l’insegnante parla e gli alunni sono passivi non è efficace dal punto di vista linguistico, perché le lingue sono strumenti per comunicare, e la comunicazione si impara facendo (ovvero esercitando ascolto, comprensione, produzione), non ascoltando set di regole e parole o risorse che ci tengono esclusivamente in un ruolo ricettivo (inclusi video, canzoni etc). Questo è il primo punto da sottolineare. La didattica delle lingue non può essere sovrapposta a quella di materie discorsive, nelle quali si incamerano contenuti. Si tratta dell’esercizio di abilità e della maturazione di competenze attive, quindi è necessario attivare gli allievi.

In secondo luogo – e questo vale per tutte le materie – la reale comprensione si riscontra quando il discente è chiamato a “fare” in prima persona, quindi dobbiamo sempre prevedere ampio spazio per l’esercizio, la pratica e l’elaborazione in prima persona.

Dobbiamo programmare dedicando sempre oltre la metà della lezione ad attività student-driven. Naturalmente, il come è oggetto di ragionamento e andrà calibrato caso per caso, ma evitate di pianificare lezioni frontali più lunghe di mezz’ora, almeno alle scuole primarie. La componente attiva è il vero cuore del vostro agire didattico.

Veniamo alla concretezza dell’insegnare inglese in modo inclusivo con un esempio: immaginiamo che vogliate insegnare la posizione del verbo ausiliare DO nella frase interrogativa. Possiamo mostrargli tramite immagini (come facciamo in Beat and Build 2) che il DO è sempre premesso al verbo principale e che, se il verbo aveva la desinenza di terza persone S, questa passa al DO (ma sotto forma di ES). Quindi, da THE GIRL EAT-S si passa a DO-ES THE GIRL EAT (se sei interessato al modo in cui lo abbiamo scritto, scrivimi una email a [email protected], te lo spiego e ti spiego come usare questo accorgimento)

La regola è banale, ma sappiamo tutti che moltissimi studenti se la dimenticano quando devono applicarla, la applicano male oppure la iper-applicano (quindi abbiamo frasi come: DO THE GIRL EATS, DO THE GIRL EAT, DOES THE GIRL EATS), per questo è necessario prevedere qui una attività gestita dagli studenti alla prima persona per allenarli a spostare la desinenza -s dal verbo principale al DO.

Possiamo rinforzare in modo multisensoriale, sottolineando il suono /s/ con la bocca o con i gesti TPR, spostando fisicamente un post-it con scritto S dalla posizione del verbo a quella dell’ausiliare, usando le scale di simmetria (di tutti questi accorgimenti parliamo nel video che ti posto sotto e fanno parte del nostro metodo Beat and Build 2).

Ma il punto è sempre quello: se non sono i bambini a imitare la /s/, a spostarla fisicamente in forma di post-it da un verbo all’altro, oppure a costruire una frase di simmetria…. non impareranno! Non importa quanto siano avanzate le nostre strategie, non riusciremo mai a renderle loro fino a quando non prevederemo sufficiente tempo a lezione per farli praticare!

Insegnare inglese in modo inclusivo/5: la multisensorialità è necessaria, ma deve essere funzionale

Una buona didattica è multisensoriale per il semplice motivo che la vita è multisensoriale e noi siamo programmati per vedere e ascoltare assieme, toccare e vedere assieme, ascoltare e imitare quello che sentiamo…e così via.

Non si tratta solo di dare input che insistono su senso diversi, come ad esempio:

  • visivo: mappe, schemi, colori, tabelle, video, flashcards
  • uditivo: lezione frontale, canzone, rima, chant, ritmo
  • cinestesico: gioco motorio, gesto, mimo, TPR, imparare-facendo

…è necessario andare oltre! I sensi non sono “a compartimenti stagni”

Vediamo degli esempi:

  • Vedere una mappa non è altrettanto efficace quanto “disegnare la mappa”, perché è l’atto del disegnare che unisce il visivo al cinestesico (movimento della mano);
  • la canzone da sola è meno efficace della canzone abbinata a gesti TPR;
  • il gioco motorio ci permette di ricordare meglio le parole se abbinato all’uso di disegni e flashcards…e così via!

Chi legge questo blog ha sicuramente in mente che cosa vuole dire “Inglese multisensoriale” (trovate input qui, se non lo avete ancora fatto), ma una altra cosa da dire è che la multisensorialità non può essere solo una “trovata” per divertire i bambini senza reale funzionalità cognitiva o didattica.

Ogni gesto e ogni accorgimento diretto ai sensi deve essere un’àncora concreta e funzionale per la memorizzazione.

Faccio qualche esempio tratto dal nostro sistema di insegnare l’inglese in modo inclusivo, che ha una componente multisensoriale altamente funzionale

  • simboleggiare i fonemi con TPR che ricordino il movimento articolatorio della bocca, necessario per articolarli.
  • aiutare i bambini a costruire le frasi allineando le parole nell’ordine corretto grazie a sequenze di colori che già conoscono (semaforo/arcobaleno)
  • spiegare le regole di grammatica in modo fisico, dando ai bambini dei modelli tridimensionali da manipolare (ad esempio, le forme contratte dei verbi spiegate tramite fisarmoniche di carta che si contraggono, in modo da manipolare le parole con materiali reali nella stessa mente in cui la nostra memoria di lavoro deve farlo con forme simboliche)

Beat and Build come strumento per insegnare inglese in modo inclusivo

Noi abbiamo creato una piattaforma finalizzata specificatamente ad insegnare inglese in modo inclusivo. Si tratta di Beat and Build ed è pensata per la scuola primaria.

Ad oggi, è disponibile per la prima elementare e la seconda elementare (Beat and Build 1 e Beat and Build 2)

La piattaforma contiene materiali didattici, formazione per l’insegnante e lesson plan per insegnare l’inglese in modo accessibile ad alunni con diverse abilità linguistiche e preferenze /caratteristiche cognitive e sensoriali.

A Novembre 2025 abbiamo presentato Beat and Build al convegno La Qualita’ di Erickson , nell’ambito del concorso dedicato proprio alle buone pratiche inclusive.

Qui potete vedere il video che abbiamo dedicato alla nostra esperienza. Qui potete scaricare le slides che abbiamo presentato al convegno

Nei prossimi mesi, usciranno gli atti del congresso, che includono anche un articolo di Giovanna e mio, nel quale dettagliamo ulteriormente gli aspetti metodologici e quelli pratici, ovvero la implementazione concreta in classe.Questo testo sarà reso disponibile gratuitamente sul sito Erickson (scaricabile in pdf), ma sarà anche possibile acquistarne una copia cartacea (anche tramite questo sito, con carta docente)

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