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Corsi a domicilio a Milano: preparazione al parto  

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Il parto è quel processo per cui il grembo materno si apre completamente per permettere al bambino di nascere. La durata del travaglio e del parto varia da donna a donna e da parto a parto, anche in considerazione di una serie di condizioni e circostanze fisiche e psicologiche, che lo favoriscono o lo ostacolano.

Nelle prossime pagine, tratteremo le fasi e i mecanismi del travaglio e del parto, e le scelte che la madre ha il diritto di operare, in particolare:

Il parto è un processo che ha normalmente la durata di alcune ore . Nonostante si tratti di un continuum, esso viene schematicamente riassunto nelle seguenti fasi:

  • fase prodromica
  • periodo dilatante: nel quale, ad opera delle contrazioni uterine, il collo dell'utero raggiunge la delatazione completa (circa 10 cm)
  • periodo espulsivo: nel quale il bambino passa attraverso il collo dell'utero così dilatato, attraversa il canale del parto ed emerge dalla vulva della madre
  • secondamento: nel quale viene espulsa la placenta

Vedremo prima lo svolgersi del travaglio e parto dal punto di vista materno (o comunque esterno), successivamente analizzeremo le medesime fasi dall'interno, cercando di capire che cosa avviene nel corpo della donna e quale è l'esperienza del bambino nel parto.

La fase prodromica può avere una durata molto variabile da donna a donna (a volte anche alcuni giorni) ed è caratterizzata da contrazioni non regolari ed in genere non dolorose. Si distinguono dalle contrazioni "valide" per un'inferiore durata (di solito non arrivano ai 30') e per il fatto di essere irregolari. Durante questa fase, non avviene dilatazione.

L'inizio del vero travaglio di parto, viene detto fase latente. Anche questo periodo ha una definizione temporale estremamente difficile da stabilire. Le contrazioni progessivamente cambiano per qualità, intervallandosi ad una durata regolare e facendosi sempre più lunghe e dolorose.

La fase prodromica e latente vengono influenzate nella loro durata da molti fattori interni ed esterni . La loro funzione dal punto di vista evolutivo è quella di preparare la donna al travaglio. I segnali fastidiosi e dolorosi che vengono inviati devono infatti mettere all'erta la gestante, avvisandola dell'imminenza della nascita. Se le condizioni esterne non consentono un parto sicuro, il travaglio si arresta. In tutto il mondo animale esiste questo meccanismo di protezione, che sopravvive nella parte più antica del nostro cervello, in grado di inibire la nascita anche per molte ore, fino a quando la madre non si trovi in un luogo protetto. Per questo, se la donna prova una forte ansia o paura, ciò blocca l'avvio del travaglio.

Il termine della fase latente coincide con l'inizio del travaglio attivo, caratterizzato da contrazioni ritmiche (almeno una ogni dieci minuti) della durata di circa 40'-50'. Convenzionalmente, il travaglio attivo si definisce attraverso alcuni parametri che vengono accertati con una visita ginecologica:

  • collo uterino appianato e centralizzato
  • dilatazione di almeno 3 centimetri
  • parte presentata (testa) impegnata al livello dello stretto superiore (livello -1)

In questa fase le contrazioni portano velocemente la dilatazione da 3 a 6/7 cm. Di solito, arrivati a questo punto, il travaglio subisce una naturale battuta di arresto (prima fase di transizione) che permette l'adattamento del corpo e della psiche prima della dilatazione completa. Ancora una volta, predomina la funzione protettiva: se la madre non percepisce una situazione calma e sicura, la fase latente si prolunga al fine di salvaguardare lei e la prole in una situazione di grande vulnerabilità.
La seconda fase del periodo dilatante, che porta al dilatazione da 6/7 cm al completamento, è poi relativamente veloce.

Tutto questo processo ha portato all'apertura completa del grembo materno e alla contemporanea discesa della testa fetale. Abbiamo ancora una pausa (seconda fase di transizione), che precede il momento in cui la donna avvertirà il premito, ovvero la pulsione irresistibile di spingere fuori il bambino.

E' questa la fase espulsiva, dalla durata molto più breve del periodo dilatante, che vede la donna spingere attivamente in concomitanza con la contrazione, fino a quando il bimbo non affiora dalla vulva. Il movimento è caratterizzato da un "va e vieni" (ovvero la testa scende durante la contrazione per poi risalire di qualche centimetro nelle pause), che ha la funzione di preservare i tessuti materni, che si strapperebbero se fossero tesi in un colpo solo. Questo movimento ondulatorio consente invece alla vagina e alle grandi labbra di stirarsi gradualmente riducendo il trauma al minimo possibile. La testa così affiora diverse volte per poi tornare indietro e solo quando è possibile che passi nella sua interezza, seguita dalle spalle, il bambino sguscia fuori con un movimento rapidissimo. E' nato. Sarà il momento più bello della vostra vita.

L'ultima fase del parto è detta secondamento , ovvero l'espulsione della placenta che segue, dopo una pausa di alcuni minuti (in media 20, ma può occorrere anche un'ora senza che ciò evidenzi una patologia), la nascita del bambino. Mentre il neonato succhia al seno o riposa sul ventre materno, le contrazioni (non dolorose) riprendono, fino a staccare la placenta dal fondo dell'utero e espellerla.
Nel parto è normale perdere fino a mezzo litro di sangue, è importante sorvegliare che non si verifichi un'emorragia che metterebbe in pericolo la madre. Dopo l'espulsione della placenta l'utero si contrae e si viene a formare il cosiddetto globo di sicurezza che come un laccio emostatico impedisce che la madre si dissangui.

Abbiamo visto il travaglio ed il parto come può essere descritto nell'esperienza della madre e di chi l'assiste.Nelle prossime righe, vedremo che cosa avviene negli stessi momenti all'interno del corpo della donna.

Prima del parto, il corpo comincia a prepararsi con una serie di complessi cambiamenti. Uno dei più importanti è la maturazione della cervice, per la quale avvengono una serie di processi biochimici che trasformano le fibre di collagene che la chiudono in un tessuto molto più morbido ed acquoso, che le consentirà di appianarsi e dilatarsi. Specialmente nelle pluripare, la cervice all'insorgenza del travaglio può presentarsi già appianata e con una dilatazione di 1-3 cm.

La preparazione del corpo al parto è un elemento da non sottovalutare. E' noto che esiste una notevole variabilità nella durata della gravidanza umana: il parto si esplica fisiologicamente dalla 37esima settimana alla 42esima. Le ultime settimane vedono la modificazione degli assetti ormonali e fisici, necessaria per il buon avvio del travaglio . Anche il bambino si prepara. Il dialogo ormonale tra madre e figlio, che non si è mai interrotto durante la gravidanza, è responsabile anche dell'innesco dei processi che portano alla nascita, a cominciare dalla completa maturazione cervicale. Quando si procede all'induzione farmacologica del parto, si anticipano i tempi: è il motivo per cui spesso i parti indotti  hanno un decorso più lungo di quelli spontanei.

Vediamo quindi cosa accade nel corpo della donna che si prepara a partorire.
Le contrazioni della fase prodromica, contribuiscono ad un cambio di assetto dell'utero, il cui collo si raddrizza e si porta in posizione parallela a quella del pavimento pelvico. Durante questa fase, inoltre, la cervice si appiana totalmente fino a scomparire virtualmente per confondersi con le pareti uterine in dilatazione. Questo movimento dilatativo porta la sacca amniotica a separarsi (scollarsi) dalle pareti interne dell'utero, precipitando parzialmente sotto la testa del bambino, che così viene a formare una "borsa" contenente del liquido, che precede la testa, proteggendola così da eventuali traumi, come una sorta di cuscinetto di acqua. Normalmente le membrane resistono così alla pressione fino alla completa dilatazione dell'utero e all'inizio della fase espulsiva.

Mentre si apre l'orifizio uterino inferiore, la testa del bambino scende con un movimento di rotazione.
Il passaggio non è agevole : numerose ossa sporgono e gli  intralciano il passaggio, in particolare lo attendono lo "stretto superiore" (formato dall'osso sacro, il pube e le ossa del bacino). Successivamente, il bambino trova la resistenza del muscolo elevatore dell'ano, un potente e profondo muscolo contro cui la sua testa  si troverà a premere.  Fortunatamente, proprio questa pressione innescherà il bisogno della mamma di spingere fuori il bambino, aiutandolo così attivamente a superare l'ostacolo.
Un ultimo passaggio insidioso ("stretto inferiore") è delimitato anteriormente dall'osso pubico, lateralmente dalle creste pelviche e posteriormente dal coccige materno, che si deve ritrarre per lasciar passare il bimbo dall'apertura pelvica, superata la quale il bimbo sbuca nella vagina ed emerge dalla vulva.

L'istinto suggerisce al bambino le mosse per aggirare questi ostacoli sulla sua via: la testa è flessa sul mento in modo da presentare un diametro inferiore e fungere da perno duro contro gli ostacoli che incontra. Quando si imbatte nelle curve strette che deve attraversare, si pone in obliquo, ponendo prima la testa e successivamente le spalle e tutto il corpo. Compie così un movimento a vite che lo aiuta a penetrare nello stretto passaggio, con l'aiuto della vis-a-tergo, ovvero della forza sospingente che gli arriva dall'utero. Gli avanzamenti così sono concomitanti alle contrazioni che lo sospingono in avanti, tuttavia lo stesso feto compie dei movimenti autonomi (andatura "a lombrico") per sgusciare dagli ostacoli e progredire nel canale.

Con la scelta della corretta posizione  possiamo aiutare non poco il nostro bambino nell'attraversare il canale osseo e nascere. Le posizioni verticali  sono quelle che le donne di tutti i tempi e le culture hanno tradizionalmente adottato per partorire. Nel mondo occidentale, negli ultimi tre secoli, è diventata abituale la posizione supina, che però non risponde ai criteri anatomici del corpo femminile  e che ostacola la nascita, rendendola più dolorosa e difficile per mamma e bambino.
Adottando una delle molte possibili posizioni verticali (per la scelta è bene farsi guidare dal proprio corpo, in quanto assecondando la posizione che ci dà meno dolore noi istintivamente scegliamo la posizione più agevole per il bambino, ovvero nella quale la la testa incontra meno ostacoli che creano una pressione dolorosa per entrambi), consentiamo la necessaria mobilità dell'osso sacro e del coccige, che possono così oscillare e creare un più ampio volume per il passaggio del bambino. Se ci sdraiamo, tale passaggio risulta bloccato.

Inoltre, la posizione supina comporta la compressione di una grossa vena che porta il sangue all'utero. In questo modo il passaggio de sangue  risulta difficoltoso, aggravando la stanchezza della madre e l'ossigenazione del bambino. Purtroppo, nonostante le evidenze scientifiche, le posizioni supine sono tutt'ora molto usate nei nostri ospedali: ma è bene che le donne sappiano che hanno il diritto di scegliere la posizione in cui preferiscono affrontare il travaglio e l'espulsione del feto, e che questo diritto garantisce tanto il loro benessere quanto la salute del loro bambino.

La scelta della posizione è solo una delle molte scelte che la madre ed il padre hanno il diritto di fare circa la nascita del loro bambino. La quasi totalità delle nascite in Italia avviene in ospedale, tuttavia è bene sapere che non è l'unica opzione disponibile. Esistono strutture quali le case maternità gestite da sole ostetriche, che promuovono una modalità di parto più naturale, oppure è possibile anche partorire a casa propria assistite privatamente da un'ostetrica. L'OMS riconosce che si tratta di una scelta sicura per chi ha avuto una gravidanza a basso rischio, e numerosi dati indicano anzi che chi opta per il parto a casa ha in genere un travaglio più breve ed un parto meno traumatico di chi partorisce in ospedale. In paesi come l'Olanda o l'Iinghilterra una buona percentuale di donne lo sceglie e questi Paesi mostrano indicatori di sicurezza assolutamente ottimali. Viceversa la tendenza italiana mostra uno sbilanciamento verso la medicalizzazione del parto, con la percentuale di tagli cesarei più alta al mondo.

Anche in ospedale, tuttavia, la donna può scegliere tra diverse opzioni. La prima e forse più importante, riguarda quando recarsi al pronto soccorso. E' infatti dimostrato che l'arrivo precoce all'ospedale(precedente all'instaurazione del travaglio attivo) comporta un numero maggiore di complicanze, soprattutto per l'ansia che ne deriva. Il consiglio degli operatori è (se non si verificano eventi che segnalino pericolo) attendere a casa propria, non recandosi in ospedale prima di due ore di contrazioni regolari. Affrontare il travaglio in un reparto ospedaliero, in mancanza di intimità e in ambiente che istintivamente associamo alla malattia e al dolore, significa infatti attivare quei meccanismi antichi di difesa che bloccano il parto. Che sia a casa o in ospedale, è sconsigliabile restare a digiuno se si avverte il desiderio di mangiare e di bere, così come è controproducente l'immobilità quando sentite il bisogno di cambiare posizione.

La maniera migliore per predisporci ad un travaglio più breve e meno doloroso è invece assecondare tutti quei desideri che scaturiscono dal bisogno di intimità, sicurezza e comfort. Vivere il travaglio ed il parto in maggior comfort significa viverlo con molto meno dolore.

Il dolore  è la componente che del parto desta forse la maggiore attenzione e preoccupazione tra le donne che devono affrontarlo. E' in effetti straniante associare il dolore - che istintivamente richiama malattia, pericolo e morte - ad uno dei momenti più belli e intensi della vita di una donna e di una coppia. E' importante però sottolineare che i dolore del parto è qualitativamente diverso dal dolore di una condizione patologica, per due motivi fondamentali:

  • la ritmicità: il dolore è regolarmente alternato a pause di rilassamento e benessere
  • la fisiologicità: il dolore non è sintomo di una malattia, bensì si inscrive in un processo naturale e prevedibile

Il dolore del parto ha una funzione evolutiva, una fisica ed una psicologica. Dal punto di vista evolutivo, abbiamo visto che l'avviarsi delle contrazioni ha la funzione di segnalare alla madre l'imminenza del travaglio e quindi la necessità di ritirarsi in un posto sicuro.
Dal punto di vista fisico, il dolore ha una funzione protettiva in quanto costringe la madre a muoversi e cercare continuamente le posizioni che facilitino la discesa del piccolo: spinta dal dolore, la donna cammina, si accovaccia o si inginocchia, solleva una o l'altra gamba, si sdraia sul fianco. Nella ricerca di una posizione meno dolorosa, aiuta il bambino e protegge i propri tessuti dai traumi che potrebbero derivare da un'eccessiva pressione della testa fetale.
Psicologicamente, il momento del travaglio e del parto segnalano un passaggio fondamentale nella vita di una persona. E' solo la prima occasione in cui il genitore dovrà provare se stesso per il proprio figlio, superando quelli che credeva essere i propri limiti di sopportazione. La soddisfazione finale è un mix tra la gioia dello scampato pericolo e l'autocompiacimento per la prova coraggiosamente superata: nella vita di un genitore i verificheranno altre circostanze in cui si replicherà questo schema, di cui il parto è una perfetta metafora.

Del resto, la natura ha progettato un meccanismo di compensazione al dolore del parto . Le contrazioni dolorose coincidono con picchi di adrenalina e noradrenalina nel sangue materno, che naturalmente vengono assorbite anche dal feto. Sono questi gli ormoni del pericolo e della fuga: è necessario che mamma e figlio siano vigili e pronti a reagire, entrambi sono infatti sottoposti ad una prova nella quale la mobilità è importante.

Non appena il dolore cessa, tuttavia, si producono le endorfine - è la fisiologica risposta del nostro corpo al dolore, una orta di morfina naturale che attenua lo stato di ansia e regala una sensazione di rilassamento.
Potremmo definire l'alternanza dei due picchi addirittura drammatica. A seguito di una contrazione dolorosa, accade di rilassarsi a tal punto di cadere addormentati in pochi secondi. Naturalmente, di questo stato di pace beneficia anche il bambino, che può così riposarsi insieme alla madre nelle pause tra una contrazione e l'altra.
Per finire, il sangue materno è pieno di ossitocina , che è sì l'ormone che stimola le contrazioni uterine, ma è anche l'ormone dell'orgasmo, quello che dopo il coito ci fa provare la sensazione di attaccamento e amore. Nel travaglio, così come sarà poi nell'allattamento, l'ossitocina è  uno stratagemma inventato dalla nostra natura per favorire i legami i coppia e parentali, che tanto sono necessari alla nostra prole che nasce indifesa e bisognosa.

Certamente esiste anche l'analgesia epidurale, ad ogi il più efficace rimedio contro i dolore del parto. Consiste nell'iniezione nello spazio epidurale di un anestetico che agisce localmente bloccando gli stimoli dolorosi. Rispetto ad ogni altra forma di anestesia farmacologica, l'anestesia epidurale ha il grande vantaggio di consentire la mobilità degli arti inferiori e di permettere alla donna di avvertire le contrazioni (come semplici indurimenti). Tuttavia, l'esperienza del parto che ne  deriva è completamente diversa, e deve essere affrontata interamente sotto controllo medico. La drammatica alternanza di dolore e benessere naturalmente non esiste, il tutto si risolve in un'esperienza di travaglio fisicamente molto più neutra. Se in effetti tale espediente può aiutare donne che non sono in grado di controllare emotivamente l'esperienza dolorosa, è altrettanto vero che l'assenza di dolore non incoraggia la donna nella ricerca della posizione e del movimento che aiuta il proprio figlio a scendere, nè il bambino beneficia del picco di endorfine materne che gli consente una pausa di benessere tra una contrazione e l'altra. Tutto l'equilibrio ormonale è in effetti compromesso, e gli studi affermano che questo mix di mancanza di movimento attivo e di forte stimolazione anche dolorosa determini un raddoppiato ricorso ai parti operativi rispetto alla modalità naturale.

Personalmente riteniamo che il dolore del parto potrebbe essere molto più sopportabile di quello che è spesso nell'esperienza delle donne se fossero maggiormente rispettati i tempi di ciascuna partoriente e venisse assicurato un ambiente maggiormente intimo, coerentemente con i bisogni che il nostro istinto ci suggerisce.Spesso partoriamo in una folla di sconosciuti, sotto acceccanti luci artificiali, subendo visite interne e dovendo rispettare una tabella di marcia standardizzata, mentre tutti gli animali preferiscono la propria tana ed una situazione calma per partorire (è per questo la stragante maggioranza dei parti in tutte le specie mammifere, uomo compreso, avviene di notte). E' nostra convinzione che lo stravolgimento di un meccansimo antico e delicato come il parto produca maggiore dolore, quale risposta fisologica all'avvertita sensazione di pericolo e disagio, e talvolta in conseguenza di interventi invasivi.

Inoltre, nei secoli si sono elaborate una serie di strategie naturali contro il dolore del parto, alcune delle quali hanno una dimostrazione scientifica di efficacia, quali il calore, la contropressione lombare, il parto in acqua o in posizione accovacciata. Naturalmente nessuno di questi rimedi evita il dolore, tuttavia possono renderlo più sopportabile.
Comprendere da dove origini fisicamente il dolore del parto e scoprire che non è il sintomo di una condizione patologica a nostro avviso può aiutare molto. Iscriverlo nella propria storia di esseri umani ci aiuta a relativizzarlo e pensare alla sua funzione protettiva ad accettarlo.
Del resto, come molte madri confermeranno, il dolore del parto scompare dinnanzi all'incontro col figlio, e velocemente si dimentica. Il tesoro di questa esperienza intensamente vissuta invece resta, e diventa il primo capitolo della nostra storia di genitori.