Il parto è quel processo per cui il grembo materno si
apre completamente per permettere al bambino di nascere. La durata del
travaglio e del parto varia da donna a donna e da parto a parto, anche in
considerazione di una serie di condizioni e circostanze fisiche e
psicologiche, che lo favoriscono o lo ostacolano.
Nelle prossime pagine, tratteremo le fasi e i mecanismi del travaglio e del parto, e
le scelte che la madre ha il diritto di operare, in particolare:
Il parto è un processo che ha normalmente
la durata di alcune ore
. Nonostante si tratti di un continuum,
esso viene schematicamente riassunto nelle seguenti fasi:
- fase prodromica
- periodo dilatante: nel quale, ad opera delle
contrazioni uterine, il collo dell'utero raggiunge la delatazione
completa (circa 10 cm)
- periodo espulsivo: nel quale il bambino passa
attraverso il collo dell'utero così dilatato, attraversa il canale del
parto ed emerge dalla vulva della madre
- secondamento: nel quale viene espulsa la placenta
Vedremo prima lo svolgersi
del travaglio e parto dal
punto di vista materno (o comunque esterno), successivamente analizzeremo
le medesime fasi dall'interno, cercando di capire che cosa avviene nel
corpo della donna e quale è l'esperienza del bambino nel parto.
La
fase prodromica può avere una durata molto variabile da donna a donna (a
volte anche alcuni giorni) ed è caratterizzata da contrazioni non regolari
ed in genere non dolorose. Si distinguono dalle contrazioni
"valide" per un'inferiore durata (di solito non arrivano ai 30') e per il
fatto di essere irregolari. Durante questa fase, non avviene dilatazione.
L'inizio del vero travaglio di parto, viene detto fase latente.
Anche questo periodo ha una definizione temporale estremamente difficile
da stabilire. Le contrazioni progessivamente cambiano per qualità,
intervallandosi ad una durata regolare e facendosi sempre più lunghe e
dolorose.
La fase prodromica e latente
vengono influenzate nella loro durata da molti fattori interni ed esterni
. La loro funzione dal
punto di vista evolutivo è quella di preparare la donna al travaglio. I
segnali fastidiosi e dolorosi che vengono inviati devono infatti mettere
all'erta la gestante, avvisandola dell'imminenza della nascita. Se le
condizioni esterne non consentono un parto sicuro, il travaglio si
arresta.
In tutto il mondo animale esiste questo meccanismo di protezione, che sopravvive nella parte
più antica del nostro cervello, in grado di inibire la nascita anche
per molte ore, fino a quando la madre non si trovi in un luogo
protetto. Per questo, se la donna prova una forte ansia o paura, ciò
blocca l'avvio del travaglio.
Il termine della fase latente
coincide con l'inizio del travaglio attivo, caratterizzato da contrazioni
ritmiche (almeno una ogni dieci minuti) della durata di circa 40'-50'.
Convenzionalmente, il travaglio attivo si definisce attraverso alcuni
parametri che vengono accertati con una visita ginecologica:
- collo uterino appianato e centralizzato
- dilatazione di almeno 3 centimetri
- parte presentata (testa) impegnata al livello dello stretto
superiore (livello -1)
In questa fase le contrazioni portano velocemente la
dilatazione da 3 a 6/7 cm. Di solito, arrivati a questo punto, il
travaglio subisce una naturale battuta di arresto (prima fase di
transizione) che permette l'adattamento del corpo e della psiche prima
della dilatazione completa. Ancora una volta, predomina la funzione
protettiva: se la madre non percepisce una situazione calma e sicura, la
fase latente si prolunga al fine di salvaguardare lei e la prole in
una situazione di grande vulnerabilità.
La seconda fase del periodo
dilatante, che porta al dilatazione da 6/7 cm al completamento, è poi
relativamente veloce.
Tutto questo processo ha portato all'apertura
completa del grembo materno e alla contemporanea discesa della testa
fetale. Abbiamo ancora una pausa (seconda fase di transizione), che
precede il momento in cui la donna avvertirà il premito, ovvero la
pulsione irresistibile di spingere fuori il bambino.
E' questa la
fase espulsiva, dalla durata molto più breve del periodo dilatante, che
vede la donna spingere
attivamente in concomitanza con la contrazione, fino a quando il
bimbo non affiora dalla vulva. Il movimento è caratterizzato da un "va e
vieni" (ovvero la testa scende durante la contrazione per poi risalire di
qualche centimetro nelle pause), che ha la funzione di preservare
i tessuti materni, che si strapperebbero se fossero tesi in un colpo
solo. Questo movimento ondulatorio consente invece alla vagina e alle
grandi labbra di stirarsi gradualmente
riducendo il trauma
al minimo possibile. La testa così affiora diverse volte per poi tornare
indietro e solo quando è possibile che passi nella sua interezza, seguita
dalle spalle, il bambino sguscia fuori con un movimento rapidissimo. E'
nato. Sarà il momento più bello della vostra vita.
L'ultima fase
del parto è detta secondamento
, ovvero l'espulsione della placenta che
segue, dopo una pausa di alcuni minuti (in media 20, ma può occorrere
anche un'ora senza che ciò evidenzi una patologia), la nascita del
bambino. Mentre il neonato succhia al seno o riposa sul ventre materno, le
contrazioni (non dolorose) riprendono, fino a staccare la placenta dal
fondo dell'utero e espellerla.
Nel parto è normale perdere fino a
mezzo litro di sangue, è importante sorvegliare che non si verifichi
un'emorragia che metterebbe in pericolo la madre. Dopo l'espulsione della
placenta l'utero si contrae e si viene a formare il cosiddetto globo di
sicurezza che come un laccio emostatico impedisce che la madre si
dissangui.
Abbiamo visto il travaglio ed il parto come può essere
descritto nell'esperienza della madre e di chi l'assiste.Nelle prossime
righe, vedremo che cosa avviene negli stessi momenti all'interno del corpo
della donna.
Prima del parto, il corpo comincia a prepararsi con
una serie di complessi cambiamenti. Uno dei più importanti è la
maturazione della cervice, per la quale avvengono una
serie di processi biochimici che trasformano le fibre di collagene che la
chiudono in un tessuto molto più morbido ed acquoso, che le consentirà di
appianarsi e dilatarsi. Specialmente nelle pluripare, la cervice
all'insorgenza del travaglio può presentarsi già appianata e con una
dilatazione di 1-3 cm.
La
preparazione del corpo al parto è un elemento da non sottovalutare. E'
noto che esiste una notevole variabilità nella durata della gravidanza
umana: il parto si esplica fisiologicamente dalla 37esima settimana alla
42esima. Le ultime settimane vedono la
modificazione degli assetti ormonali e fisici, necessaria per il buon
avvio del travaglio
. Anche il bambino si prepara. Il dialogo ormonale tra
madre e figlio, che non si è mai interrotto durante la gravidanza, è
responsabile anche dell'innesco dei processi che portano alla nascita, a
cominciare dalla completa maturazione cervicale. Quando si procede
all'induzione farmacologica del parto, si anticipano i tempi: è il motivo
per cui spesso i parti
indotti
hanno
un decorso più lungo di quelli spontanei.
Vediamo quindi cosa accade
nel corpo della donna che si prepara a partorire.
Le contrazioni della fase prodromica,
contribuiscono ad un cambio di assetto dell'utero, il cui collo
si raddrizza e si porta in posizione parallela a quella del pavimento
pelvico. Durante questa fase, inoltre, la cervice si appiana totalmente
fino a scomparire virtualmente per confondersi con le
pareti uterine in dilatazione. Questo movimento dilatativo porta la sacca
amniotica a separarsi (scollarsi) dalle pareti interne dell'utero,
precipitando parzialmente sotto la testa del bambino, che così viene a
formare una "borsa" contenente del liquido, che precede la testa,
proteggendola così da eventuali traumi, come una sorta di cuscinetto di
acqua. Normalmente le membrane resistono così
alla pressione fino alla completa dilatazione dell'utero e all'inizio
della fase espulsiva.
Mentre si apre l'orifizio uterino inferiore,
la testa del bambino scende con un movimento di rotazione.
Il passaggio
non è agevole : numerose ossa sporgono e gli intralciano il
passaggio, in particolare lo attendono lo "stretto superiore" (formato
dall'osso sacro, il pube e le ossa del bacino).
Successivamente, il
bambino trova la resistenza del muscolo elevatore dell'ano, un
potente e profondo muscolo contro cui la sua testa si troverà
a premere. Fortunatamente, proprio questa pressione innescherà
il bisogno della mamma di spingere fuori il bambino, aiutandolo così
attivamente a superare l'ostacolo.
Un ultimo passaggio insidioso
("stretto inferiore") è delimitato anteriormente dall'osso pubico,
lateralmente dalle creste pelviche e posteriormente dal coccige materno,
che si deve ritrarre per lasciar passare il bimbo dall'apertura pelvica,
superata la quale il bimbo sbuca nella vagina ed emerge dalla
vulva.
L'istinto suggerisce al bambino le mosse per aggirare questi
ostacoli sulla sua via: la testa è flessa sul mento in modo da
presentare un diametro inferiore e fungere da perno duro contro gli
ostacoli che incontra. Quando si imbatte nelle curve strette che deve
attraversare, si pone in obliquo, ponendo prima la testa e successivamente
le spalle e tutto il corpo.
Compie così un movimento a vite che lo aiuta a
penetrare nello stretto passaggio, con l'aiuto della vis-a-tergo, ovvero
della forza sospingente che gli arriva dall'utero. Gli avanzamenti così
sono concomitanti alle contrazioni che lo sospingono in avanti, tuttavia
lo stesso feto compie dei movimenti autonomi (andatura "a lombrico") per
sgusciare dagli ostacoli e progredire nel canale.
Con la scelta della corretta
posizione possiamo aiutare non
poco il nostro bambino nell'attraversare il canale osseo e nascere.
Le posizioni verticali sono quelle
che le donne di tutti i tempi e le culture hanno tradizionalmente adottato
per partorire. Nel mondo occidentale, negli ultimi tre secoli, è diventata
abituale la posizione supina, che però non risponde ai
criteri anatomici del corpo femminile
e
che ostacola la nascita, rendendola più dolorosa e difficile per mamma e
bambino.
Adottando una delle molte possibili posizioni verticali (per
la scelta è bene farsi guidare dal proprio corpo, in quanto assecondando
la posizione che ci dà meno dolore noi istintivamente scegliamo la
posizione più agevole per il bambino, ovvero nella quale la la testa
incontra meno ostacoli che creano una pressione dolorosa per entrambi),
consentiamo la necessaria mobilità dell'osso sacro e del coccige, che
possono così oscillare e creare un più ampio volume per il passaggio del
bambino. Se ci sdraiamo, tale passaggio risulta bloccato.
Inoltre,
la posizione
supina comporta la
compressione di una grossa vena che porta il sangue all'utero. In questo
modo il passaggio de sangue risulta difficoltoso, aggravando la
stanchezza della madre e l'ossigenazione del bambino. Purtroppo,
nonostante le evidenze scientifiche, le posizioni supine sono tutt'ora
molto usate nei nostri ospedali: ma è bene che le donne sappiano che hanno
il diritto di scegliere la posizione in cui preferiscono affrontare il
travaglio e l'espulsione del feto, e che questo diritto garantisce tanto
il loro benessere quanto la salute del loro bambino.
La scelta della posizione è
solo una delle molte scelte che la madre ed il padre hanno il diritto di
fare circa la nascita del loro bambino. La quasi totalità delle nascite in
Italia avviene in ospedale, tuttavia è bene sapere che non è l'unica
opzione disponibile. Esistono strutture quali le case maternità gestite da sole ostetriche, che promuovono una modalità di
parto più naturale, oppure è possibile anche partorire a casa propria
assistite privatamente da un'ostetrica. L'OMS
riconosce che si tratta di
una scelta sicura per chi ha avuto una gravidanza a basso rischio, e
numerosi dati indicano anzi che chi opta per il parto a casa ha in genere
un travaglio più breve ed un parto meno traumatico di chi partorisce in
ospedale. In paesi come l'Olanda o l'Iinghilterra una buona percentuale di
donne lo sceglie e questi Paesi mostrano indicatori di sicurezza
assolutamente ottimali. Viceversa la tendenza italiana mostra uno
sbilanciamento verso la medicalizzazione del parto, con la percentuale di
tagli cesarei più alta al mondo.
Anche in ospedale, tuttavia, la
donna può scegliere tra diverse opzioni. La prima e forse più
importante, riguarda quando recarsi al pronto soccorso. E' infatti
dimostrato che l'arrivo precoce
all'ospedale(precedente all'instaurazione del travaglio attivo)
comporta un numero maggiore di complicanze, soprattutto per l'ansia che ne
deriva. Il consiglio degli operatori è (se non si verificano eventi che
segnalino pericolo) attendere a casa propria, non recandosi in ospedale
prima di due ore di contrazioni regolari. Affrontare il travaglio in un
reparto ospedaliero, in mancanza di intimità e in ambiente che
istintivamente associamo alla malattia e al dolore, significa infatti
attivare quei meccanismi antichi di difesa che bloccano il parto. Che sia
a casa o in ospedale, è sconsigliabile restare a digiuno se si avverte il
desiderio di mangiare e di bere, così come è controproducente
l'immobilità quando sentite il bisogno di cambiare posizione.
La
maniera migliore per predisporci ad un travaglio più breve e meno doloroso
è invece assecondare tutti quei desideri che scaturiscono dal bisogno di
intimità, sicurezza e comfort.
Vivere
il travaglio ed il parto in maggior comfort significa viverlo con molto
meno dolore.
Il dolore è la
componente che del parto desta forse la maggiore attenzione e
preoccupazione tra le donne che devono affrontarlo. E' in effetti
straniante associare il dolore - che istintivamente richiama malattia,
pericolo e morte - ad uno dei momenti più belli e intensi della vita
di una donna e di una coppia. E' importante però sottolineare che i dolore
del parto è qualitativamente diverso dal dolore di una condizione
patologica, per due motivi fondamentali:
- la ritmicità: il dolore è regolarmente alternato
a pause di rilassamento e benessere
- la fisiologicità: il dolore non è sintomo di una malattia, bensì si
inscrive in un processo naturale e prevedibile
Il dolore del parto ha una funzione evolutiva, una fisica
ed una psicologica. Dal punto di vista evolutivo, abbiamo visto che
l'avviarsi delle contrazioni ha la funzione di segnalare alla madre
l'imminenza del travaglio e quindi la necessità di ritirarsi in un posto
sicuro.
Dal punto di vista fisico, il dolore ha una funzione protettiva
in quanto costringe la madre a muoversi e cercare continuamente le
posizioni che facilitino la discesa del piccolo: spinta dal dolore, la
donna cammina, si accovaccia o si inginocchia, solleva una o l'altra
gamba, si sdraia sul fianco. Nella ricerca di una posizione meno dolorosa,
aiuta il bambino e protegge i propri tessuti dai traumi che potrebbero
derivare da un'eccessiva pressione della testa fetale.
Psicologicamente, il momento del travaglio e del parto segnalano un
passaggio fondamentale nella vita di una persona.
E' solo la prima
occasione in cui il genitore dovrà provare se stesso per il proprio
figlio, superando quelli che credeva essere i propri limiti di
sopportazione. La soddisfazione finale è un mix tra la gioia dello
scampato pericolo e l'autocompiacimento per la prova coraggiosamente
superata: nella vita di un genitore i verificheranno altre
circostanze in cui si replicherà questo schema, di cui il parto è una
perfetta metafora.
Del resto, la natura ha progettato un meccanismo di
compensazione al dolore del parto
. Le contrazioni dolorose coincidono
con picchi di adrenalina e noradrenalina nel sangue materno, che
naturalmente vengono assorbite anche dal feto. Sono questi gli ormoni del
pericolo e della fuga: è necessario che mamma e figlio siano vigili e
pronti a reagire, entrambi sono infatti sottoposti ad una prova nella
quale la mobilità è importante.
Non appena il dolore cessa,
tuttavia, si producono le endorfine - è la fisiologica risposta del nostro
corpo al dolore, una orta di morfina naturale che attenua lo stato di
ansia e regala una sensazione di rilassamento.
Potremmo definire
l'alternanza dei due picchi addirittura drammatica. A seguito di una
contrazione dolorosa, accade di rilassarsi a tal punto di cadere
addormentati in pochi secondi. Naturalmente, di questo stato di pace
beneficia anche il bambino, che può così riposarsi insieme alla madre
nelle pause tra una contrazione e l'altra.
Per finire, il
sangue materno è pieno di ossitocina
, che è sì l'ormone che stimola le
contrazioni uterine, ma è anche l'ormone dell'orgasmo, quello che
dopo il coito ci fa provare la sensazione di attaccamento e
amore. Nel travaglio, così come sarà poi nell'allattamento, l'ossitocina
è uno stratagemma inventato dalla nostra natura per favorire i
legami i coppia e parentali, che tanto sono necessari alla nostra prole
che nasce indifesa e bisognosa.
Certamente esiste anche l'analgesia
epidurale, ad ogi il più efficace rimedio contro i dolore del parto.
Consiste nell'iniezione nello spazio epidurale di un anestetico che agisce
localmente bloccando gli stimoli dolorosi. Rispetto ad ogni altra forma di
anestesia farmacologica, l'anestesia epidurale ha il grande vantaggio di
consentire la mobilità degli arti inferiori e di permettere alla donna di
avvertire le contrazioni (come semplici indurimenti). Tuttavia,
l'esperienza del parto che ne deriva è completamente diversa, e deve
essere affrontata interamente sotto controllo medico. La drammatica
alternanza di dolore e benessere naturalmente non esiste, il tutto si
risolve in un'esperienza di travaglio fisicamente molto più neutra. Se in
effetti tale espediente può aiutare donne che non sono in grado di
controllare emotivamente l'esperienza dolorosa, è altrettanto vero che
l'assenza di dolore non incoraggia la donna nella ricerca della posizione
e del movimento che aiuta il proprio figlio a scendere, nè il bambino
beneficia del picco di endorfine materne che gli consente una pausa di
benessere tra una contrazione e l'altra. Tutto l'equilibrio ormonale è in
effetti compromesso, e gli studi affermano che questo mix di
mancanza di movimento attivo e di forte stimolazione anche dolorosa
determini un raddoppiato ricorso ai parti operativi rispetto alla modalità
naturale.
Personalmente riteniamo che il dolore del parto potrebbe
essere molto più sopportabile di quello che è spesso nell'esperienza delle
donne se fossero maggiormente rispettati i tempi di ciascuna partoriente e
venisse assicurato un ambiente maggiormente intimo, coerentemente con i
bisogni che il nostro istinto ci suggerisce.Spesso partoriamo in una folla
di sconosciuti, sotto acceccanti luci artificiali, subendo visite interne
e dovendo rispettare una tabella di marcia standardizzata, mentre tutti
gli animali preferiscono la propria tana ed una situazione calma per
partorire (è per questo la stragante maggioranza dei parti in tutte le
specie mammifere, uomo compreso, avviene di notte). E' nostra convinzione
che lo stravolgimento di un meccansimo antico e delicato come il parto
produca maggiore dolore, quale risposta fisologica all'avvertita
sensazione di pericolo e disagio, e talvolta in conseguenza di interventi
invasivi.
Inoltre, nei secoli si sono elaborate una serie di strategie
naturali contro il dolore del parto, alcune delle quali hanno una
dimostrazione scientifica di efficacia, quali il calore, la
contropressione lombare, il parto in acqua o in posizione accovacciata.
Naturalmente nessuno di questi rimedi evita il dolore, tuttavia possono
renderlo più sopportabile.
Comprendere da dove origini
fisicamente il dolore del parto e scoprire che non è il sintomo
di una condizione patologica a nostro avviso può aiutare molto. Iscriverlo
nella propria storia di esseri umani ci aiuta a relativizzarlo e pensare
alla sua funzione protettiva ad accettarlo.
Del resto, come molte madri
confermeranno, il dolore del parto scompare dinnanzi all'incontro col
figlio, e velocemente si dimentica. Il tesoro di questa esperienza
intensamente vissuta invece resta, e diventa il primo capitolo della
nostra storia di
genitori.