Dolore del parto e analgesia naturale
Osservazioni sul dolore del parto
La paura del dolore del parto e la volontà di informarsi ed attrezzarsi per affrontarlo al meglio è forse l’elemento che, più di ogni altro, spinge le donne a seguire un corso di preparazione alla nascita. Oggigiorno, infatti, difficilmente una primipara ha avuto nella sua famiglia la possibilità di condividere esperienze di parto e confrontarsi su questo argomento. Esplicitare le proprie paure, con altre donne e con il partner, risulta senz’altro utile e “terapeutico”. Nei nostri corsi, inoltre, riteniamo fondamentale spiegare che cosa accade, sia dal punto di vista fisico-meccanico che ormonale, mentre il nostro corpo è in travaglio, insistendo sul fatto che il corpo femminile possiede mille risorse per affrontare al meglio questo processo.
La decisione sull’analgesia in travaglio è, e deve essere, squisitamente personale, ed a mio avviso sarebbe bene che fosse garantita a tutte le donne una reale possibilità di scelta. Tuttavia, è bene che la scelta sia informata e che alla sua base vi siano delle nozioni chiare e precise, piuttosto che fumose paure.
Nelle pagine che seguono si tratterà della
• Natura e caratteristiche del dolore del parto
• Ormoni attivi nel processo del travaglio e del parto
• Modalità in cui la paura e la tensione influiscono nel processo del travaglio e modifichino la percezione del dolore
• Metodi naturali per il contenimento del dolore
E’ bene che io dichiari che il punto di vista da cui parto è pro-naturale: un punto di vista maturato nelle mie due esperienze di gravidanze e di parti, che si è tuttavia nutrito del confronto con tante altre donne con vissuti diversi dal mio. E’ solo attraverso il confronto delle esperienze che si può arrivare ad elaborare la propria personalissima scelta in materia, nella consapevolezza che ogni donna e ogni parto è storia a sé e che le decisioni che una madre prende ponderatamente per sé ed il proprio bambino sono indiscutibili e meritano il rispetto da parte di tutti.
COMPRENDERE IL DOLORE DEL PARTO
Il dolore del parto è, da sempre, un enigma: siamo normalmente portati ad associare il dolore con la perdita, la morte e la malattia, invece la “natura fisiologica” di questo dolore, legato con un evento che in sé significa gioia, amore e vita, sgomenta e spaventa.
Il dolore del travaglio è, nella sua prima fase, attribuibile alle fibre muscolari del collo dell'utero, che aprendosi si stirano; e secondariamente è prodotto quale effetto della contrazione della parete uterina.
Nella seconda fase del parto, il dolore riguarda soprattutto lo stiramento e le possibili lacerazioni a carico del canale del parto, il perineo e la pelle della vulva.
Il dolore può portare con sè altri fastidiosi sintomi, come la marcata sudorazione, respirazione frequente e superficiale, ristagno doloroso dell'acido lattico.
Sono dolori muscolari che molte donne hanno già provato nella propria vita, pur magari non in questa intensità, tuttavia la percezione del dolore nel parto viene amplificata dalla portata simbolica e psicologica dell’evento e dall’ansia e dalla paura naturalmente legate al parto come rito di passaggio, in cui vita e morte si incontrano e si confrontano.
Il dolore del parto, nella nostra cultura, ha trovato una sorta di giustificazione nell’espiazione del peccato originale. Il monito biblico “Donna, tu partorirai con dolore!” testimonia della ricerca di una spiegazione al dolore inspiegabilmente connesso all’inizio della vita.
Nei secoli a venire, il dolore del travaglio ha rappresentato, nella tradizione popolare, l’espiazione del piacere peccaminoso dell’atto sessuale, e per così dire “mondava” la nascita del bambino da questa origine considerata sporca.
Oggi simili concezioni sono perlopiù superate, tuttavia il binomio di dolore- piacere (amore-morte) è una categoria universale, che ben si applica al dolore del parto e che, se ben compresa, ci aiuta a capire alcune delle caratteristiche di questo particolarissimo dolore.
Il primo passo per addentrarci nel mistero del dolore del parto è, a mio avviso, quello di accettarne la natura di evento sessuale. Il parto è in effetti uno delle tappe del nostro ciclo riproduttivo, e in quanto tale interessa i medesimi organi ed ormoni coinvolti nella sessualità.
L’apertura dei muscoli pelvici è possibile ed agevole in condizioni di rilassatezza, sicurezza, quando non ci sentiamo né minacciati, né osservati. Pensate alle situazioni ordinarie in cui si aprono i nostri muscoli perineali: quando svuotiamo l’intestino e quando facciamo l’amore. Ora, immaginate ad espletare queste due “funzioni” in una situazione di completa mancanza di intimità, nella quale la “performance” sia monitorata costantemente. Come supponete che possa reagire il vostro organismo?
Per un parto sereno il corpo e la mente della donna necessitano di percepire un’atmosfera di intimità, calore e affetto, non diversamente dal sesso, per potersi rilassare e consentirsi di lasciare andare le fisiologiche difese. L’ambiente ideale per partorire non dovrebbe essere eccessivamente diverso dall’ambiente in cui ci lasceremmo andare: ciò vale per le luci, la comodità e libertà di muoverci, ma anche e soprattutto l’atteggiamento di chi sta con noi.
Anche il dolore del parto sarà inoltre più facilmente accettato, e non subito, se si percepisce attorno a sé appoggio, compassione e amore.
Inoltre, creare la giusta atmosfera psicologica permette di godere appieno delle pause tra una contrazione e l’altra, e quindi sperimentare non solo la componente dolorosa del parto ma anche quella piacevole, sensuale ed appagante.
PIACERE E DOLORE
La caratteristica unica del dolore del parto, quella che lo differenzia dai dolori acuti e dai dolori cronici che possiamo sperimentare, è il suo ritmo intermittente. Percepiamo le prime contrazioni già in gravidanza, in modo occasionale e normalmente senza dolore: in questo modo tanto il nostro corpo quanto il bambino hanno modo di familiarizzare con questa sensazione. L’attività contrattile si intensifica mano a mano che il travaglio si avvicina: nei prodromi del travaglio, che possono durare ore o giorni, le contrazioni si avvicendano senza una regolarità e progressivamente più intense. Il corpo si prepara al travaglio e dà le avvisaglie alla madre e al feto perché si tengano pronti.
Mano a mano che l’attività contrattile si intensifica, percepiamo un ritmo tra gli estremi: contrazione/distensione. Nelle fasi iniziali la contrazione ha una durata molto minore della distensione, poi gradualmente gli intervalli tendono ad allinearsi.
Lo sappiamo per esperienza ed è scritto anche sui libri. Quando accusiamo un dolore, il nostro corpo ci sta inviando un segnale di allarme: nel sangue si riversano gli ormoni dello stress, cortisolo e adrenalina, che ci mettono all’erta. Esaurito il dolore, l’organismo mette in atto una serie di accorgimenti protettivi, tesi a limitare e gradualmente spegnere il dolore. Successivamente allo stimolo doloroso, subentra cioè il rilascio di endorfine, che invece hanno un effetto calmante. Senza i primi non sapremmo difenderci dal possibile pericolo di cui il dolore ci avverte, senza le seconde non sapremmo ritrovare l’equilibrio e superare l’esperienza traumatica.
Nel travaglio, al dolore subentra regolarmente la pausa, all’adrenalina l’endorfina. Quando le pause sono ancora abbastanza lunghe (fino ad alcuni minuti), il rilascio di endorfine ci consente di recuperare tra una contrazione e l’altra, anche di addormentarci.
E’ proprio l’andamento ritmato del parto che ci permette di poterlo vivere come esperienza non esclusivamente dolorosa e negativa, bensì nella quale si alternano al dolore e all’attività il rilassamento e la gratificazione.
GLI ORMONI DEL PARTO
L’ormone ossitocina, che provoca le contrazioni uterine, è il medesimo ormone dell’orgasmo (che nella donna è scatenato, appunto, da contrazioni involontarie dell’utero). Nel parto, come nel sesso, sono coinvolti la prolattina e le endorfine, sostanze responsabili delle sensazioni piacevoli, del sentimento amoroso e del rilassamento globale dell’organismo che normalmente succede all’orgasmo. Questi ormoni sono previsti nel parto non solo per rendere possibili l’attività contrattile, ma anche per contribuire ad innescare “visceralmente” il sentimento di tenerezza e gratitudine nel momento dell’incontro con il bambino. I momenti immediatamente successivo al parto dovrebbe in altre parole assomigliare ai momenti successivi ad un rapporto sessuale: sfogata l’energia, dovrebbe essere il turno dell’appagamento e del piacevole rilassamento, che accompagnano l’incontro con il figlio.
Il parto, essendo un processo anche faticoso che necessita di tutta l’efficienza che il nostro organismo può garantire, coinvolge anche la produzione degli ormoni “dell’attività”: cortisolo e adrenalina, la cui fisiologica funzione è quella di accelerare il battito cardiaco e stimolare la sintesi di zuccheri. Ma anche di rendere attiva e attenta la madre, che diventa ipersensibile agli stimoli esterni. In questo modo la natura aiuta la difesa della prole dai possibili pericoli, assicurando la sopravvivenza in un momento di grande vulnerabilità.
Ciò che è fondamentale per il corretto funzionamento della grande quantità di fenomeni fisici comportati dall’atto del partorire è il corretto dosaggio degli ormoni, ovvero l’equilibrio tra gli “ormoni del piacere” e “gli ormoni dell’attività”.
Una iper produzione di adrenalina e cortisolo, infatti, può originare da una risposta sovradimensionata al fisiologico dolore contrattile,prolungando il travaglio poiché andrebbe ad inibire la produzione di altri ormoni, spezzando il delicato equilibrio necessario.
PARTORIRE SENZA PAURA = PARTORIRE SENZA DOLORE?
Partorire è doloroso per tutte, tuttavia alcune donne sembrano soffrire più di altre, ed in generale la specie umana sembra soffrire di più di altri mammiferi nel dare alla luce i figli. E’ in realtà accertato che nella percezione del dolore stesso entrino in gioco componenti psicologiche (la paura e l’aspettativa del dolore, il ricordo di altri dolori, la motivazione a sopportare il dolore, tipiche di quel determinato individuo in quel determinato momento ….) e sociali (come è visto in quella determinata società quel determinato dolore, se è apprezzato o meno lo sforzo di contenere il dolore, se viene previsto o meno un supporto empatico nel momento del dolore …).
Sul dolore del parto, si proiettano in altre parole molte concezioni e condizioni, che possono alterare la sensibilità, la soglia e la sopportazione . Tanto più la donna avrà paura di quel dolore, tanto più il corpo reagirà a quel dolore.
Negli anni,30, il dottore Grantly Dick Read (pionere delle ricerche sul controllo del dolore in travaglio ed autore del libro “Childbirth without fear”) definì in modo chiaro ed efficace questo fenomeno con una specie di sillogismo:
paura - > tensione –> dolore
In altre parole, la paura crea una tensione muscolare eccessiva ed un iper reattività del sistema nervoso, che amplifica il fisiologico dolore del parto, rendendolo lancinante ed insopportabile.
Il dolore provato crea ulteriore paura, ed il circolo continua con una reazione a catena, facendo dell’esperienza del parto una “cattiva esperienza”. Possiamo osservare che, essendo la riproduzione una delle più importanti funzioni naturali per ogni specie, è assurdo che la natura preveda di associare alla nascita dei cuccioli una esperienza che può rivelarsi traumatica e potenzialmente inibire nella madre il desiderio di ripetere un altro parto e quindi continuare la specie.
In effetti, se osserviamo un parto animale, notiamo sofferenza, sì, ma non una sofferenza eccessiva. Che cosa è dunque che ci differenza dalle nostre cugine mammifere, perché per noi il parto può arrivare ad essere tanto doloroso?
La risposta sta nella conformazione del nostro cervello: negli umani hanno eccezionalmente sviluppato la corteccia celebrale, ovvero quel sottilissimo strato, più recente rispetto al resto del cervello, che è deputato al linguaggio, ai pensieri astratti e complessi … in altre parole a ciò che ci differenzia e ci rende unici nel mondo animale. Tuttavia, il parto è una funzione governata dal nostro cervello più antico, da cui dipendono i processi vegetativi ed altre attività involontarie.
L’attivarsi della corteccia in qualche modo interferisce con l’attività ordinata dal cervello più antico: e questo lo sappiamo bene perché è esattamente la stessa cosa che capita se, facendo l’amore, ci capita di “pensare”, ovvero il nostro istinto (che proviene dalla parte più arcaica del nostro cervello) viene a scontrarsi con la nostra razionalità. Nel parto può capitare esattamente la stessa cosa.
Tanto più si attiva il nostro cervello recente (con parole, pensieri, inseguendo preoccupazioni o eccessive sollecitazioni, rispondendo ad un ambiente che ci impedisce di sprofondare in noi stesse), tanto più disturbato sarà il processo del parto, e quindi più lungo e doloroso.
Il surplus di dolore rispetto alle nostre cugine mammifere potrebbe causato dal surplus di consapevolezza che ci caratterizza, ed inoltre da modalità di espletamento del parto contrarie all’istintualità.
Non possiamo “spegnere” la corteccia celebrale, ma possiamo in gravidanza lavorare per creare per il nostro parto le condizioni che possano facilitarlo, ovvero
• Predisporre un ambiente il più possibile domestico e intimo. E’ consigliabile a casa fare almeno parte del travaglio, dove potremo usare il nostro bagno, mangiare e bere, muoverci liberamente e dove non subiremo visite, monitoraggi, interferenze di persone terze.
• Assicurarci di avere accanto qualcuno che sappia aiutarci, contenerci, mostrarci amore, nel momento del bisogno, senza spaventarsi del nostro dolore
• Convincerci che il dolore del parto non viene per nuocere, non minaccia la nostra salute, ma è un fenomeno passeggero: in altre parole combattere la paura del parto.
• Contenere il dolore del parto con gli strumenti che la natura ci mette a disposizione. Essi non sono farmaci e non distorcono l’esperienza nel suo complesso, tuttavia possono aiutarci nel tenere sotto controllo il dolore.
• Valorizzare il parto, in tutte le sue componenti: come esperienza di coppia, affrontare insieme il travaglio può essere un momento di grande solidarietà, ma anche sensualità, fondamento della nuova famiglia. Individualmente, può costituire una prova importante, il cui superamento solidifica l’autostima. Comprendere l’esperienza del bambino, non immune a sua volta dal dolore e dallo stress, concepire il parto come lavoro in armonia con il bambino ed adoperarsi in tutti i modi possibili per un suo accoglimento rispettoso ed un nascita senza violenza.
METODI NATURALI PER CONTENERE IL DOLORE DEL PARTO
Nelle prossime righe scriverò solo dei metodi naturali che sono a portata di tutti, in casa o in ospedale, ovvero:
l’acqua
il calore
il massaggio
il respiro
la voce
l’attività
il pensiero positivo
Anche se scegliessi di fare l’analgesia epidurale, è bene conoscere i metodi naturali di controllo del dolore e attrezzarsi (con le pochissime cose necessarie), perché l’anestesia si può fare solo al terzo centimetro di dilatazione, quindi in ogni caso percepirai il dolore delle prime fasi del travaglio. Inoltre, l’analgesia potrebbe non essere disponibile per mille motivi, non funzionare su di te o non potere essere ripetuta per tutta la durata del travaglio. In questi casi, l’analgesia naturale rappresenta una possibile uscita di sicurezza per tenere sotto controllo il dolore, scevra da controindicazioni e complicazioni.
L’acqua
Concedersi un bagno caldo o tiepido in travaglio è un grande aiuto. L’acqua calda rilassa i muscoli, favorisce il rilascio di endorfine, alleggerisce il peso del corpo.
La vasca dovrebbe essere comoda per potere cambiare posizione, a seconda di come vi sentire, ed entrare ed uscire agevolmente. Dovrebbe poter permettere al vostro partner di massaggiarvi la schiena, se vi fa piacere.
Se la vasca non è disponibile, potete usare la doccia. Il getto caldo contro i lombi è piacevole e, se energico, lavora esattamente come un massaggio.
Il calore
Il calore ha il potere di rilassare i muscoli, come sappiamo quando fasciamo e scaldiamo i muscoli irrigiditi e doloranti per via di un crampo. Il dolore delle contrazioni ha moltissimo a che vedere con le contratture, quindi trae beneficio dall’applicazione di compresse calde. Si possono usare asciugamani riscaldati, borse dell’acqua calda o sacchetti di riso riscaldati. Possono essere applicati sulla schiena, oppure nella zona del basso ventre (mentre sulla schiena si può fare un massaggio con le mani calde), ovviamente la temperatura non deve essere eccessiva. La pelle non deve risultarne scottata.
Il massaggio
Il tocco può essere un alleato potentissimo contro il dolore, ma soprattutto un grande conforto. Sentirsi vicino qualcuno che sia pronto ad aiutarci, che ci accolga e contenga, è molto importante. Durante il travaglio è inutile, se non controproducente, parlare molto: invece il linguaggio pre -verbale del tatto ci dice subito che non siamo sole.
Per sciogliere le tensioni e favorire il rilascio di endorfine il tocco piacevole è molto utile: alcune donne gradiscono un massaggio defatigante alle gambe e ai piedi, altre invece un massaggio alle spalle, collo e scapole (un analogo massaggio è consigliabile anche in allattamento, perché aumenta la produzione di ossitocina, necessaria nel parto ma anche per fare fuoriuscire il latte)
La tradizione ostetrica contempla anche un massaggio energico a natiche e cosce (“scuotere le mele”), per sciogliere le tensioni accumulate. La sensualità di questo massaggio può aiutare a sbloccare una situazione nella quale la rigidità muscolare localizzata nel perineo possa avere rallentato il travaglio.
Infine, per controbilanciare la pressione esercitata sulla zona lombare, è utile massaggiare (ma anche una semplice pressione) la schiena, all’altezza delle fossette, durante la contrazione. Il massaggio può essere esercitato sia con i palmi che con le dita, ed è consigliabile che le mani siano calde.
Il respiro
Quasi un secolo di psico-profilassi al parto ha fatto credere alle donne che esista una tecnica per respirare che possa inibire il dolore del parto. Ciò è vero e non è vero, nel senso che la respirazione aiuta moltissimo nel tenere sotto controllo il dolore ma non inibisce lo stimolo doloroso in sé.
Respirare in modo regolare, ampliando la durata dell’espirazione, ci aiuta a superare la contrazione senza farci sopraffare. Inoltre, una buona ossigenazione può aiutarci a contrastare l’accumulo di acido lattico, che risulta doloroso specie nei lunghi travagli. La respirazione può essere coadiuvata efficacemente dall’uso della voce.
Inoltre, se durante la gravidanza avete esercitato i muscoli perineali con regolarità, avrete probabilmente automatizzato la capacità di rilassarli in espirazione. Questa capacità può aiutare moltissimo il parto, sveltendo la fase espulsiva, e limitando il dolore dovuto alle lacerazioni (muscoli rilassati si aprono con minore trauma dei muscoli rigidi).
La voce
Per una delle molte misteriose corrispondenze del nostro corpo, la glottide aperta ed in generale la rilassatezza dei muscoli del collo, delle spalle e della bocca sono correlate con la rilassatezza del pavimento pelvico.
Molto spesso viene richiesta alle donne una respirazione forzata con moltissima apnea, però questa è in contraddizione con la natura del parto, che tende a “buttare fuori” e non a trattenere. Espirare con la bocca aperta, abbiamo visto, è di grande aiuto, ma questa emissione può essere aiutata anche dalla voce. Che sia un grugnito o un canto, non ha importanza, purché sia spontaneo, e a gola aperta (quindi il suono prodotto dovrebbe essere basso, rauco, non acuto).
Inoltre (come vedrete osservando i vostri piccini) gridare e sfogarsi, purché non alimenti l’eccitazione ma si limiti a lasciarla andare, ha una valenza antidolorifica in sé. Viceversa, il trattenere, serrare le mascelle, impedirsi di dare sfogo al dolore, sentirsi mal giudicate se esprimiamo dolore con l’uso della voce, può darci una sensazione di costrizione, inadeguatezza ed impotenza che provoca frustrazione ed amplifica il dolore percepito.
L’attività
Il dolore del parto ha una funzione di guida. Quando percepiamo un forte dolore, possiamo provare a cambiare posizione e scuoterci: è istintivo, e se ci facciamo caso lo facciamo per ogni dolore (quando ci scottiamo una mano, non tendiamo a scuoterla?). Se camminiamo, ci alziamo, ci accovacciamo, ci mettiamo in ginocchio o in posizione seminginocchiata, il bacino trasforma leggermente la sua forma e, forse, può trovare una posizione meno dolorosa che aiuta la discesa del bambino.
Se siamo bloccate a letto, viceversa, il nostro bacino non può compiere dei micromovimenti basculatori (nutazione e contro nutazione) che permettono il sensibile allargamento dei diametri pelvici. L’osso posteriore del nostro bacino, ha in altre parole la capacità di ondulare avanti e indietro, assecondando così il passaggio del bambino: purchè sia libero di muoversi.
Quindi, le posizioni verticali nelle quali il bacino è libero, facilitano il parto, mentre restare a letto ostacola il parto, in quanto in questa posizione il bacino, ed in particolare la sua parete posteriore, è impossibilitata a muoversi poiché costretta contro la superficie del letto.
Se invece siamo libere di muoverci liberamente tenderemo a
• Camminare : questo agevola la fuoriuscita del bambino, perché tende a “scrollarlo” verso il basso (infatti, anche per far partire il travaglio in caso di gravidanza prolungata, si consigliano lunghe passeggiate: mentre noi camminiamo la testa del bambino viene spinta verso il basso e la frizione meccanica con le pareti dell’utero che ciò comporta favorisce il rilascio delle prostaglandine, precursori dell’ossitocina). Il movimento migliore, a travaglio iniziato, potrebbe essere oscillare con il bacino, ruotarlo: in questo modo possiamo attivamente facilitare il bimbo nella sua strada verso il basso.
• Prendere posizioni diversificate, ed anche asimmetriche: il passaggio all’interno del nostro bacino, per il bambino comporta una serie articolata di movimenti. Negli “stretti”, ovvero i passaggi più angusti, il bambino si fa strada utilizzando una tecnica istintiva: ripiegando la testa sul collo ed eseguendo una serie di rotazioni che gli consentono di incuneare la testa e poi far passare le spalle, sfrutta a meglio il pochissimo spazio. La posizione accovacciata o certe posizioni asimmetriche, modificano leggermente la forma del bacino, e soprattutto permettono ai muscoli del pavimento pelvico di rilassarsi ed allungarsi: di queste leggere modificazioni il bambino può trarre vantaggio.
• Rimanere verticali: in questo modo il bambino può utilizzare la forza di gravità, e non lottare contro di essa, per trovare la sua strada.
Inoltre, muovendoci liberamente piuttosto che rimanendo a letto, probabilmente il dolore ci apparirà meno forte e soprattutto non avremo la sensazione di esserne in balia.
Il pensiero positivo
Questo è il grande alleato di ognuno di noi in tutte le prove che affrontiamo nella vita. Per affrontare in serenità il parto, occorre convincersi che il nostro corpo è fatto per questo e non vi è nulla di sbagliato o inadeguato in esso, che possa impedirci di espletare una normale funzione vitale. Aiuta l’avere intrapreso in gravidanza un percorso di informazione e auto-conoscenza, per levarsi possibili dubbi e dissipare almeno le paure malriposte.
Il parto rappresenta sicuramente un momento impegnativo, che richiama tutto il nostro impegno e la concentrazione. Comporta dolore e potenzialmente pericolo. Quasi tutte le culture arcaiche prevedevano una sorta di “rito di passaggio” dall’infanzia all’età adulta, che prevedeva prove dolorose e potenzialmente pericolose: possiamo pensare al parto come un rito di passaggio, uno di questi riti che le società moderne non prevedono, e che pure hanno una propria funzione psicologica e sociale.
Misurarsi positivamente con la prova del parto, come ogni altra prova, comporta un innalzamento della propria autostima ed un’alta autostima è certo un aiuto nell’intraprendere l’accidentato percorso della genitorialità.
PER UNA NASCITA SENZA VIOLENZA
Come la donna, il bambino attraversa una prova che comporta dolore, paura, lavoro attivo e fatica. Il passaggio attraverso il bacino avviene sì, grazie alla spinta attiva dell’utero, tuttavia anche il bambino, guidato dall’istinto, deve compiere costantemente i movimenti che gli permettono di incunearsi negli stretti e procedere lungo il canale del parto. Potrà percepire la pressione dello stretto passaggio, ed è esposto alla tempesta ormonale materna: quando le endorfine naturalmente rilasciate tra una contrazione e l’altra (nel parto non medicalizzato) invadono il sangue materno, lui può godere di una pausa rilassante insieme a lei, così come subisce l’esposizione all’adrenalina e il cortisolo e ai loro effetti.
Come per la madre, l’alternanza pulsante di “ormoni dell’attività” ed “ormoni del piacere”, gli permette di sopportare lo stress della nascita e di arrivare all’incontro con la madre sveglio e reattivo ma anche beneficiando dei piacevoli effetti rilassanti delle endorfine e degli “ormoni dell’amore” (ossitocina e prolattina).
Nel parto naturale, le esperienze della madre e del bambino sono esattamente simmetriche. Nel parto in epidurale, invece, la madre beneficia dell’effetto anestetico, che invece non raggiunge il bambino. Non sussiste più, in questo caso, l’alternanza contrazione-pausa ed il relativo picco di endorfine nel sangue materno.
Infine, è bene raccomandare la lettura del famoso libro di Leboyer “per una nascita senza violenza” per tutto quanto concerne l’accoglimento del bambino. Egli proviene da un mondo di luci soffuse e rumori attenuati: è crudele esporlo immediatamente a luci dirette e rumori assordanti. Egli proviene dalla naturale comunione con la madre: è consigliabile pertanto rimetterlo, dopo la nascita, in contatto con il ventre materno, perché possa percepire la continuità con l’accogliente mondo che ha abbandonato, attraverso il rumore del cuore che batte, l’odore materno, l’abbraccio. Il primo respiro è un grande stress, ma possiamo ritardare di qualche minuto il taglio del cordone, in modo da non privarlo istantaneamente della fonte che gli ha garantito l’ossigeno nella gravidanza e nel parto.