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Storytelling a scuola e nel playgroup: uno strumento fondamentale per insegnare l'inglese

Intervista a Luisa Lazzarini: metodologie attive per insegnare la lingua ai bambini

 Oggi chiediamo a Luisa Lazzarini alcuni dei segreti del suo lavoro: Luisa è una insegnante di inglese (qui trovate la sua pagina FB Mummy read) che ha scelto di usare metodologie comunicative ed attive per insegnare. ce ne parla in questa intervista, nella quale ci svela alcuni degli aspetti più interessanti del suo lavoro!

Ascoltiamo!

Luisa, tu sei un'insegnante di inglese che tra le tante attività che proponi ed incoraggi , punti sullo Storytelling? Ci puoi spiegare cosa è lo storytelling? Perchè è importante?

Raccontare è un atto ancestrale: i primi libri illustrati sono stati rinvenuti sulle pareti delle grotte di Lascaux e la letteratura antica è arrivata a noi grazie agli aedi greci. Prendendo esempi più vicini a noi, se pensiamo ai primi momenti di vita del nostro bambino (ma già quando è in grembo), quello che un genitore fa è parlargli, e parlando raccontargli la sua storia, quella della sua famiglia, o descrivere quello che accade intorno a lui. La capacità di raccontare e raccontarsi è ciò che distingue l’uomo dagli animali.

Per questo il racconto ha una cosi forte capacità di coinvolgimento, a qualunque età. Una storia scritta bene è capace di mettere in moto tante emozioni e non c’è strumento migliore per stimolare l’apprendimento del coinvolgimento emotivo.

Molti pensano che lo storytelling sia adatto solo a chi conosce già la lingua, ma può essere al contrario uno strumento adatto a diverse età a contesti. Tu a chi consigli di fare storytelling? Con quali diverse tipologie di ascoltatori? Quali sono i requisiti di un buon storytelling?

Negli ultimi anni si parla tanto di corporate storytelling come ultima frontiera del marketing aziendale.

L’azienda che si racconta ci dà la misura dell’immensa portata che lo storytelling ha in termini di pubblico e quanto grande sia la sua capacità di far presa su un’audience vasta e variegata.

Lo storytelling in lingua ha certamente un altro senso, ma un buono storyteller è in grado di coinvolgere il pubblico più vario, per età, competenza linguistica e attitudine.

Io lavoro con bambini e genitori insieme, dunque già un pubblico di età diversificate. La competenza linguistica è varia, ma spesso il livello degli adulti è paragonabile a quella dei figli. Tuttavia, tutti sono in grado di seguire la storia, di lasciarsi coinvolgere. Spesso ricevo commenti entusiasti di genitori che dicono di essere rimasti affascinati dalla storia, di essere tornati bambini.

Il valore aggiunto dello storytelling in questo caso è quello di creare un ambiente privo di competizione, quindi in grado di eliminare (o almeno mitigare) il senso di inadeguatezza che l’adulto ha di fronte ad un compito per cui non si sente all’altezza.

Lo storytelling è di per sé condivisione, non ci vuole prestazionali, ma pronti all’ascolto, e ascoltare è lo skill principale per l’acquisizione linguistica. Chiunque può fare storytelling in lingua.

C’è però chi dovrebbe fare storytelling ogni volta che ne ha il tempo (e anche quando pensa di non averne!). Penso in primis ai genitori, a cui principalmente si rivolge il mio lavoro.

Il mio consiglio di usare lo storytelling come strumento di trasmissione della lingua è però rivolto caldamente anche agli insegnanti – di ogni ordine e grado: leggete, leggete, leggete! Non abbiate timore. Scegliete testi adatti alla competenza linguistica dei vostri studenti (e alla vostra) e dove non vi sentite all’altezza, siate voi i primi fruitori dello storytelling: ascoltate l’audiolibro o il read aloud (su Youtube trovate moltissime risorse) e perfezionate la vostra pronuncia; informatevi sull’autore, sull’illustratore, sui richiami culturali cui fa riferimento la storia. Fate vostro il libro prima di “regalarlo” ai vostri alunni. E ricordate che la migliore caratteristica di un buono storyteller è la curiosità (e il non dare nulla per scontato … perché la curiosità dei vostri studenti supera spesso la vostra!)

Recentemente hai pubblicato su FB una sorta di decalogo dello storyteller. Ci puoi riassumere i punti della tua guida?

Spesso i genitori mi chiedono consigli su come leggere ai loro figli. Ho voluto scrivere un breve vademecum per dare dei riferimenti, da usare come bussola nel periglioso mare della lettura in lingua.

Nulla di trascendentale: solo rapidi consigli, veloci messe a punto, spesso ovvietà...ma non fino a quando ci sono state dette...

Ve li riassumo in breve:

  1. Leggere non è un dovere, ma un piacere!
  2. Nessun timore, nessuno stress!
  3. Scegli il giusto livello linguistico per il tuo bambino (e per te!).
  4. Rispetta e rispecchia gli interessi del tuo bambino (senza tralasciare i tuoi).
  5. Fissa degli obiettivi raggiungibili e misurabili.
  6. Scegli libri “interattivi”.
  7. Proponi una lettura interattiva
  8. Condividi la lettura con il tuo bambino (anche se non sa leggere!)
  9. Trova ogni giorno un po’ di tempo per leggere!
  10. Non è mai troppo presto (né troppo tardi!) per iniziare a leggere in lingua a tuo figlio!

Oltre allo storytelling, quali sono i metodi e strumenti che usi per insegnare l'inglese? Ci parli della tua attività?

La scelta del libro nasce – tra le altre cose - dall’esigenza di fornire al genitore un supporto su cui anche chi è meno esperto e meno sicuro della lingua può far affidamento nelle prime fasi di approccio al bilinguismo.

Creare situazioni in lingua, parlare “a braccio” non è sempre facile per chi non ha l’abitudine di esprimersi in lingua.

Anche il bambino tenderà a rifiutare l’utilizzo di una lingua altra se non contestualizzata: leggere una storia aiuta a creare questo contesto. Nella strutturazione dei miei workshop, il punto di partenza è però l’obiettivo didattico.

Io sono un’insegnante e strutturo i miei workshop con la stessa rigorosa architettura con cui organizzo i lesson plan delle mie lezioni a scuola o nei corsi per adulti. Anzi, con ancora più rigore, perché con i bambini il margine di discrezionalità è ridotto al minimo: bisogna avere ben chiaro dove si vuole arrivare e come arrivarci.

Ogni workshop dunque è incentrato su un tema rilevante rispetto all’apprendimento linguistico, che viene introdotto dalla lettura del libro.

Il tema al centro della lettura è sviluppato attraverso diverse tipologie di attività, con l’obiettivo di stimolare un apprendimento multisensoriale: uso di flashcard; oggetti (sensory baskets, realia); interactive book; action song and rhyme; drammatizzazione con uso di burattini; finger play, TPR.

La lettura stessa è quanto più dialogica possibile: si cerca il coinvolgimento e l’interazione con bambini e genitori in ogni momento del workshop. Il libro viene letto due volte (a distanza di 15 giorni) e in questo lasso di tempo, genitori e bambini – che ricevono una copia del libro al primo incontro – “lavorano” sul libro, lo rileggono e ne fanno la base di momenti di attività in lingua.

Al secondo incontro, i bimbi che hanno continuato l’attività a casa conoscono bene la storia e spesso intervengono nella lettura, arrivando ad anticipare le battute. L’attività si conclude con un activity time (ca 15 min), nel quale il bambino con l’aiuto del genitore crea un piccolo oggetto (mobile, flashcard) che potrà utilizzare come facilitatore didattico nella ripresa dei contenuti del libro a casa.

A casa vengono poi inviati materiali di riferimento e una scheda didattica al termine di ogni sessione. In questo modo, si forniscono al genitore strumenti e metodologie da riprodurre per ricreare l’ambiente d’apprendimento anche in situazioni quotidiane (il genitore sperimenta su di sé il metodo durante l’attività con me ed è in grado di riprodurlo anche con il supporto delle indicazioni ricevute a casa);

Tu insegni ai bambini, ma anche agli adolescenti. Puoi spiegarci quali accorgimenti usi nell'affronatre diverse audience (lingua ponte si o no? drammatizzazione si o no? struimenti diversi per facilitare la comprensione? etc)

Premesso che quello che ho sempre detto a me stessa è che non avrei mai voluto insegnare ;-), mi sono ritrovata in diverse fasi della mia vita a ricoprire questo ruolo complesso, in situazioni molto diverse.

Ho iniziato in una scuola privata, con un’utenza per lo più di adulti molto motivati (e la motivazione del tuo “pubblico” rende tutto più semplice). Ho lavorato in contesti business, facendo corsi per le aziende – sia di inglese generico che specialistico – per poi approdare ai corsi di formazione per docenti della statale, a livelli base (da A1 a B1).

Nel tempo, il mio approccio è cambiato e dopo aver sperimentato l’esperienza dello storytelling sempre più anche le lezioni con gli adulti hanno assunto un tono ludico e interattivo. Faccio moltissimo uso di supporti visivi: preparo slide con molte immagini, uso flashcard e realia.

L’aula è il mio palcoscenico : mimo, mi muovo e gesticolo in continuazione, e pretendo lo stesso dai miei studenti.

Il “learning by doing” è l’enorme eredità dei miei complessi anni di insegnamento nella formazione professionale, che dà frutti meravigliosi.

Un esempio semplicissimo per tutti: se faccio gli omofoni e voglio far ricordare che la lettera “Q” ha lo stesso suono della parola “queue”, ma i miei studenti non sanno cosa significa, li faccio alzare tutti, chiedo di uscire dalla classe, li faccio mettere in fila uno dietro l’altro in corridoio e infine esclamo “Now, you are in a QUEUE!”. E la parola è stampata per sempre nella loro mente!

L’uso della lingua ponte resta comunque un annoso problema con un pubblico di adolescenti e adulti, così come l’insegnamento della grammatica.

Il mio progressivo avvicinamento ad un approccio più “naturale” all’insegnamento della lingua mi spinge ad applicare la spessa metodologia che uso con i bambini anche con adolescenti ed adulti: immersione nella lingua, no lingua ponte, no grammatica in senso stretto.

Parlo naturalmente per la mia utenza, con un livello di competenza linguistica che non supera il B1, per cui l’acquisizione linguistica è – a mio parere – l’approccio più efficace.

Salendo di livello è necessario introdurre elementi di grammatica più complessa e per una buona competenza ritengo che vadano anche chiarite certe strutture grammaticali (esattamente come avviene per la lingua madre, dove a scuola si apprendono le regole della lingua acquisita con l’uso in fase prescolare).

Adulti e adolescenti però arrivano da me con un’esperienza di approccio alla lingua che è quella della scuola italiana, dove purtroppo molto spesso si tratta la lingua straniera come una materia e non – appunto – come una lingua, cioè principalmente uno strumento di comunicazione. Quindi sono diffidenti, spesso spiazzati. Perdono i pochi riferimenti che hanno e la cosa che mi sento ripetere di più è “Trust me!”, mentre spiego che sto lavorando con una metodologia che asseconda il modo naturale con cui il cervello acquisisce una lingua, lo stesso modo con cui hanno acquisito la loro lingua madre; che nel tradurre stanno facendo fare al loro cervello un enorme sforzo non necessario; che non hanno bisogno della coniugazione di un verbo per poterlo usare... Con il tempo poi si rendono conto che l’apparente fatica iniziale (più nell’adattarsi ad un metodo diverso che nell’acquisizione della lingua in sé) dà ottimi risultati e si lasciano andare, divertendosi anche molto di più.

Perché ogni volta che uno studente (e sono tanti, purtroppo) mi dice: “Prof, a me l’inglese non è mai piaciuto!” oppure “ Non c’ho mai capito nulla di inglese a scuola!”, mi sale un misto di rabbia e sconforto.

Sono sempre più convinta che se vogliamo davvero cambiare la situazione in Italia rispetto alla competenza linguistica dei nostri ragazzi – cittadini europei ormai da troppo tempo per essere ancora nelle condizioni in cui siamo – dobbiamo iniziare a cambiare il nostro concetto della lingua come docenti.

L’inglese non è il latino: non trattiamolo come una lingua morta, o continueremo a far morire l’innata capacità che ogni studente ha di acquisire una lingua dietro una valanga di “fill in the gap”, “reading comprehension” o liste di verbi e vocaboli imparati a memoria.

EHHHHH che dire!! Luisa mi hai tolto le parole di bocca! Sono d'accordissimo!

E' un piacere confrontarsi con insegnanti così allineate a me sulla metodologie e l'esperienza! Io ti ringrazio infinitamente e invito i genitori e i docenti a seguire il tuo utilissimo decalogo dello Storyteller, che dà consigli veramente pratici per chiunque voglia cimentarsi in questa sfida in lingua....peraltro davvero divertente e utile!

Grazie mille e a presto!

Tag: Bilinguismo

 

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